IL PROGETTO

BISOGNI

Dall’esperienza maturata in questi anni, dalle richieste di aiuto delle famiglie, dall’analisi e conoscenza del territorio, con i servizi offerti, ma soprattutto con i servizi che mancano, relativamente al “dopo di noi”, ma più correttamente al diritto di vivere in autonomia che ognuno ha, si è costatato che:

  • Monza, città di circa 120.000 abitanti, ha una sola struttura di residenzialità per soggetti disabili, trattasi di una comunità alloggio, servizio previsto da norme regionali con alti standard qualitativi e conseguenti alti costi, rivolta a persone con disabilità più complessa e minore autonomia personale.
  • Per i soggetti con disabilità, ma con sufficienti autonomie personali, persone che potenzialmente potrebbero vivere autonomamente in un ambiente a bassa protezione, non ci sono strutture adeguate. La loro prospettiva è restare in famiglia, finché ciò è possibile e la famiglia è in grado di accoglierli, successivamente in casa di riposo RSA per anziani. Non vi è possibilità di avere diritto (come chiunque) ad una propria casa, dove vivere in autonomia, seppur con un ambente protetto da occhi vigili.
  • Da sempre si parla di “integrazione” delle persone con disabilità ma tendenzialmente si propongono strutture ben separate dal contesto sociale e dalla comunità cittadina, cominciano ora i primi esperimenti di abitazioni nelle quali possano convivere soggetti fragili e no.
  • I servizi comunali impiegano molte risorse per dare un “posto” dove vivere. Ma come già detto sono strutture costose e per certe persone ridondanti. È importante trovare soluzioni che non gravino più sui bilanci del pubblico, ma che si autosostengano, così da liberare risorse che le amministrazioni potranno dedicare a casi più complessi.
  • Si parla molto di “dopo di noi”, ma molto meno di progetto di vita della persona, a misura delle proprie possibilità. Una persona, seppur disabile o fragile ha tutti i diritti di vivere anche “durante noi” una vita serena, autonoma e indipendente.
  • Vivere in autonomia non vuole dire abbandonare le famiglie, ma avere consapevolezza di essere utile e importante, mantenendo normali rapporti fra adulti che siano genitori o figli. In sintesi, esiste il bisogno di dare una possibilità di vita serena, autonoma e indipendente a soggetti con diverse fragilità, e di garantire il loro inserimento nei contesti sociali. Esistono da alcuni anni esperienze di “abitare condiviso”, ad esempio i condomini solidali, che ne dimostrano la validità non solo per chi ci abita, ma per i percorsi di buon vicinato che si istaurano con la comunità vicina.

SIGNIFICATI CULTURALI

La centralità della persona adulta da diritto proclamato a diritto sostanziale:
occorre creare le condizioni perché si realizzi per ciascuna persona il desiderio di autonomia, di differenziazione dalla propria famiglia. L’abitare da soli diventa una tappa importante che non può essere pensata solo come risultato di avvenimenti negativi della vita ma fa parte di un processo di crescita pensato e realizzato per tempo.
Dove, come, quando e con chi realizzare la propria vita autonoma fa essere inquilino di una casa (non un utente o un ospite):

  • La persona disabile ha bisogno non solo di risposte tecniche, non solo di essere gestita dai servizi, non solo di vivere in contesti separati ma di essere protagonista delle scelte che la riguardano. Con realismo si dovranno considerare le compromissioni, le fragilità, i comportamenti problematici e con competenza e fantasia si troveranno proposte e soluzioni
  • La casa in cui abitare e da vivere con altri diventa il luogo dove le relazioni si condividono all’interno per aprirsi al contesto cittadino, la comunità di Cederna in particolare.
  • Non è quindi un servizio in cui vengo inserito ma scelgo di viverci e non è una prestazione di cui usufruisco ma un luogo in cui il mio contributo è fondamentale.

“Il concetto di abitare pone l’attenzione sulla costruzione di progetti personalizzati in cui si può scegliere tra diverse soluzioni residenziali non solo misurate per l’efficacia gestionale, ma anche indicatori della qualità della vita adulta e di relazione” (da “la persona disabile: presa in carico, vita autonoma e sistema dei servizi – Caritas Ambrosiana)

VISIONE DELLO STATO SOCIALE

  • “La comunità, i mondi locali, i territori possono costituire ambiti privilegiati per costruire condizioni di sviluppo economico, per sperimentare cambiamenti e promozioni di legami sociali” (Manoukian F. – APS Milano).
  • La complessità dei disagi sociali, la necessità di superare la logica di risposte e interventi per categorie, l’attivazione di risorse personali e comunitarie che non si aspettano soltanto soluzioni certe e definitive da parte di qualche Ente, richiede la fatica e la consapevolezza da parte di tutti che “Nessun uomo è un’isola”. I problemi del vivere riguardano tutti, tutti siamo chiamati in causa per cercare una migliore qualità della vita.
  • Tutti dobbiamo contribuire, senza dare deleghe totali, a comprendere i disagi e le fragilità, a individuare percorsi condivisibili, a proporre interventi e soluzioni sostenibili nel tempo. Queste soluzioni devono poter essere riviste e modificate perché è la relazione tra le persone che cambia, cresce, fa crescere e quindi modifica.
  • Lo stato sociale è un investimento e non solo un costo (“vincere la povertà con un welfare generativo” – Rapporto della fondazione Zancan 2012).

Il prendersi cura delle persone è un investimento se:

  • Ha lo scopo di far uscire le persone, ogni volta che ciò sia possibile, da un sistema assistenziale “a vita”;
  • Riconosce i diritti della persona ma chiede ad essa di “spendere i suoi doveri”; la protezione e la difesa dei diritti richiede un investimento in doveri di solidarietà;
  • Ad ogni persona, anche la più fragile e debole vanno riconosciute dignità e capacità: a ciascuno va chiesto di contribuire al bene comune perché questo sia goduto da tutti, anche da quelli che ne avranno bisogno in futuro;
  • L’aiuto, il sostegno, il riconoscimento dei diritti non può essere condizionato dalle risorse ma va perseguito con la capacità e l’inventiva di generare risorse a vantaggio di tutti. Il lavoro dei volontari, degli inquilini di UROBURO, della comunità va riconosciuto come lavoro a “rendimento sociale”.

PAROLE CHIAVE

Alcune parole assumono in questo progetto una particolare rilevanza: richiedono un percorso di definizione perché è sul significato condiviso di queste parole che si potrà realizzare e valutare il progetto UROBURO.

Abitare una casa è ritrovare in essa ogni giorno le proprie cose, i propri spazi i propri legami.
Come si vive in una casa abitata da una famiglia numerosa? Come si cresce? Come ci si allontana?

Fragilità come condizione di cui ogni persona fa esperienza.
Come la si vive? come la si riconosce? Come la si supera? Come la si coniuga con l’autonomia? E autonomia è far da sé e non dipendere da nessuno o imparare di cosa si ha bisogno?

Protezione e sicurezza sono bisogni che ognuno chiede per sé.
A chi chiederle? Sempre solo alla famiglia? Ai servizi sociali? E la libertà personale come si può esprimere e realizzare in contesti protetti?

Cura delle relazioni e dei luoghi
È spontanea o si impara? Come si passa da relazioni famigliari a relazioni amicali e affettive? Come curo i miei spazi perché siano disponibili anche per altri? Come vivo la mia privacy, i miei impegni, i miei hobby?

Progettazione
Avere in mente la storia delle persone che entrano con le loro difficoltà e le loro risorse e su questo, insieme progettare il migliore inserimento possibile ed il loro percorso all’interno della casa diventa un elemento vincente perché si ha esattamente il polso della situazione in modo strutturato e oggettivo di tutti gli ospiti.

Componente educativa
Colazione, pranzo e cena sono momenti altamente educativi dove si può giocare la relazione in modo efficace per creare legame e partecipazione. La presenza all’interno del progetto della Lambro, con le sue figure professionali, oltre ovviamente a quella fondamentale dei volontari, garantisce tutto questo. L’educatore conosce le persone e le loro difficoltà e sa come intervenire nel modo più appropriato per evitare per esempio che una situazione di difficoltà possa degenerare e causare conflitto che diventi poi più difficile da gestire. I ragazzi che entrano nella casa hanno, pur lievi che siano, delle difficoltà e queste difficoltà devono essere il nostro punto di forza (perché ci lavoriamo insieme) e non un punto di debolezza perché non sappiamo come gestirle.

OBIETTIVI
Il progetto si pone i seguenti obiettivi:

  • Contribuire a costruirsi un senso e un progetto di vita da parte delle persone che necessitano di lieve assistenza per poter vivere in autonomia una vita piena, in particolare nel momento in cui mancheranno i riferimenti familiari.
  • Creare una comunità nella quale ognuno dà per quello che può e riceve per quello che necessita.
  • Sollevare da carichi economici il comune per persone che, se non si trovano strutture adeguate, saranno destinate a pesare sui servizi per lungo tempo.
  • Dare un senso ed una nuova vita ad una struttura comunale abbandonata da anni ed in fase di disfacimento progressivo.
  • Far vivere una vita piena ed attiva anche ai soggetti disabili, senza pensare a loro come un peso da trascinare, ma come persone con pieni diritti e pieni doveri. Interagendo con il quartiere e la comunità che li circonda. Nelle strutture esistenti spesso viene gestito il problema e non la risorsa.

Obiettivi raggiungibili mediante la creazione di una abitazione “dopo di noi/durante noi” che non sia di tipo assistenziale ma un luogo nel quale ognuno possa essere protagonista della propria vita. Una “residenzialità attiva” in grado di autofinanziarsi. Che possa essere a tutti gli effetti la propria casa. Per favorire l’inserimento nella residenza, non forzato dall’emergenza, saranno avviati percorsi di avvicinamento.

SOGGETTI COINVOLTI
Destinatari finali del progetto sono:

  • Persone con disabilità media, che non necessitano di assistenza medica e con buon livello di autonomia, preferibilmente provenienti da Monza. Potranno essere sia persone che frequentano CSE, centri diurni, lavoro, che persone fuori da questi circuiti.
  • Famiglie che oltre a beneficiare della struttura rivestono un ruolo attivo nello sviluppo della stessa e nella condivisione del progetto di vita.
  • Altri residenti nella struttura che rivestono un ruolo ben preciso. Può trattarsi di giovani famiglie, studenti, coppie di pensionati
  • Cooperativa sociale Lambro e associazione di volontariato QdV, come partner per i quali si rimanda al capitolo collaborazioni

LA PROPOSTA – COSA VOGLIAMO FARE
Il comune di Monza, attraverso un bando pubblico, ha concesso in diritto di superficie per 30 anni all’associazione UROBURO l’immobile “ex asilo” sito in Monza Via Pascarella, in cambio della sua ristrutturazione. L’immobile si trova in zona centrale rispetto al quartiere di Cederna, un quartiere che risulta molto vivo, ben servito dai mezzi pubblici e sul quale stanno confluendo una serie di investimenti importanti per renderlo ancora più vivibile e centrale.
Si aggiunga che un’ala dell’edificio è destinata a centro civico di quartiere e quindi centro di iniziative sociali e culturali, nell’ala opposta alla residenza c’è un vecchio teatrino che sarà oggetto di ristrutturazione e rilancio da parte dell’amministrazione comunale, di fronte alla casa si trova la parrocchia con la quale vi sono ottimi rapporti di vicinato e fonte di possibili collaborazioni.

La ristrutturazione prevede una sorta di condominio solidale nel quale troveranno posto:

  • 8 persone con disabilità in forma di residenzialità attiva. Gli stessi potranno prestare la loro opera nei laboratori previsti e nella gestione della struttura
  • Due inquilini nei monolocali e una coppia nel bilocale che in cambio di affitti a prezzo calmierato dovranno prestare attenzione ai vicini più deboli.
  • Una decina di volontari per la gestione della quotidianità e la supervisione dei laboratori.
  • Una/due persone per dare continuità alla vita comunitaria con un occhio di riguardo al benessere delle persone residenti. Una sorta di collaboratore familiare che possa supervisionare le attività della casa e degli abitanti.

Le persone vivranno come a casa loro, preoccupandosi di aiutare nella gestione delle faccende domestiche, e frequentando per chi lo fa i loro centri diurni, piuttosto che i luoghi di lavoro.  Come detto, nell’immobile troveranno spazio anche due monolocali e un bilocale tutti con ingresso autonomo per non disturbare la privacy degli inquilini della residenza.

I monolocali saranno affittati preferibilmente a studenti, mentre nel bilocale potrà vivere una piccola famiglia. A fronte di un affitto a prezzo calmierato dovranno porre una buona dose di attenzione agli inquilini più fragili. Questa differenza di tipologia è dettata anche dai diversi stili di vita di queste persone, gli studenti saranno presenti e disturbabili nelle ore notturne la famiglia più facilmente nelle ore diurne. Quello che si chiede non è un’assunzione di responsabilità nei confronti degli inquilini più fragili ma una disponibilità ad accorrere in caso di urgenze e, al più, suggerire e allertare l’aiuto esterno più idoneo.
Utilizzando la nuova legge regionale per il recupero degli scantinati, ristruttureremo il grande seminterrato, rispettando le normative vigenti, per poter dare spazi a nuovi progetti di integrazione sociale sul territorio che saranno gestiti dalla cooperativa Lambro, progetti che necessitano degli adeguati spazi e riguardano il mantenimento delle autonomie dei suoi utenti più adulti che non necessitano più di un piano educativo individuale, ma hanno bisogno di una rimodulazione della propria giornata. Il seminterrato avrà autonomo accesso rispetto alla struttura, così come monolocali e bilocali.
Questo tipo di approccio si sposa perfettamente con la causa perseguita da Uroburo e probabilmente alcuni di questi adulti con disabilità potranno poi entrare nella casa.
L’ingresso nell’abitazione sarebbe meglio non avvenisse in una fase di emergenza, una persona già fragile deve sopportare la perdita del genitore, se a questo aggiungiamo il completo sradicamento dal proprio ambiente per essere inserito in una nuova casa il risultato sarà subìto anziché scelto. La scelta di iniziare a frequentare la casa con largo anticipo sull’inevitabile fatalità, porterà ad una fase luttuosa meno pesante e soprattutto il distacco dal proprio ambiente familiare risulterà meno problematico. Lavorare in compagnia dei futuri condomini e la possibilità di costruire la propria zona di privacy all’interno della casa è sicuramente positivo sia per il figlio che per il genitore, il figlio vedrà la sua vita futura dipanarsi con il proprio coinvolgimento e il genitore potrà toccare con mano quello che aspetterà al figlio una volta rimasto solo, potendo intervenire e aiutando concretamente a creare la nuova dimora per il suo erede.

Questo percorso di avvicinamento è già iniziato con il progetto GraniDiPepe, progetto che prevede la creazione di un «orto di quartiere» ad opera dei soggetti disabili, supportati dai volontari. L’orto sorge in un’area coltivabile messa a disposizione dalla Parrocchia di Cederna, la quale ha affidato la gestione all’associazione UROBURO che ne avrà la supervisione. Il progetto nasce dall’esigenza di portare i soggetti con disabilità a rendersi il più autonomi possibile, a rafforzarne l’autostima per aiutarli a riconquistare un ruolo attivo nella vita e favorirne l’inserimento in un gruppo. Attraverso l’apprendimento di nuove abilità e competenze pratiche e teoriche, sarà possibile arricchire con nuove esperienze la vita dei ragazzi fragili verso un percorso di sviluppo dell’autonomia, dell’autostima e dell’inclusione nel territorio di azione. L’attività consiste nell’incentivare, nel preparare e nell’affiancare il soggetto nella cura e nella gestione del verde, nella coltivazione di fiori, ortaggi ed altre piante. Prendersi cura di organismi vivi, possibilmente in gruppo, stimola il senso di responsabilità e la socializzazione. A livello fisico, sollecita l’attività motoria, migliora il tono generale dell’organismo e dell’umore, attenua stress e ansia. Attraverso il contatto con la terra, si sperimenta un modo unico e semplice di mantenersi in forma, di tornare a prendere confidenza con sé stessi, di
rimettersi in gioco e di raggiungere risultati che apportano positività e benessere.
Il raggiungimento di questo nuovo livello di autonomia è da considerarsi un passo decisivo verso l’allungamento, l’assottigliamento e la successiva recisione del cordone ombelicale che lega il disabile alla famiglia, avvicinandolo alla piena residenzialità e preparandolo ad una vita propria al di fuori della famiglia e in un ambiente protetto.
Questo processo di avvicinamento è indispensabile per i futuri inquilini ma anche per le famiglie che diventano parte attiva nella costruzione del futuro del proprio figlio e per i volontari che vivendo fianco a fianco con le persone che dovranno accudire impareranno a conoscerli meglio e a confrontarsi con la vita di comunità della struttura, inizialmente sarà solo durante il lavoro, per ampliarsi poi alle pause pranzo, alle cene e per finire con i pernottamenti. La fase di avvicinamento graduale si arricchisce man mano che i rapporti personali si intensificano e le occasioni saltuarie diventano
quotidiane, la fase di crescita dei volontari e strettamente legata all’aumentare dell’autonomia e al relativo allontanamento delle persone con disabilità dal loro nucleo famigliare.
L’abitazione che si andrà a creare non avrà lo scopo di fornire alcun servizio di tipo sanitario. Per gli ospiti che si ammaleranno o avranno bisogno di assistenza medica ci si dovrà rivolgere direttamente al Sistema Sanitario Nazionale.
La casa non avrà scopi educativi, gli inquilini che frequentano percorsi all’esterno potranno continuare a farlo in perfetta continuità.

COLLABORAZIONI
Una importante prerogativa del progetto, nonché valore aggiunto allo stesso, è mantenere importanti forme di collaborazione con:

  • Uroburo onlus – è stata la propositrice del progetto, nonché l’aggiudicataria della struttura, inevitabilmente sarà quindi la capofila del progetto stesso
  • Cooperativa Lambro – con la sua storia, la conoscenza approfondita del territorio e la professionalità degli operatori, diventa una fonte importante sia nella progettualità, che nella verifica, a garanzia che la strada intrapresa si corretta. Si stanno, come già detto, valutando anche le possibilità di aprire nuovi servizi innovativi gestiti dalla cooperativa, che potrebbero avere sede presso la struttura. Ovviamente in ambiti ben separati dalla casa di abitazione delle persone. La cooperativa ha inoltre già avviato in passato percorsi sperimentali di avvicinamento alla residenzialità, le esperienze fatte in passato, correttamente analizzate e valutate saranno molto utili per il corretto approccio al tema.
  • Associazione di Volontariato QdV – dispone di circa 80 soci volontari ai quali sicuramente si potrà chiedere un servizio presso Uroburo
  • Comune di Monza – il rapporto con i servizi sociali con i quali si è condiviso il progetto è evidentemente indispensabile per le opportune verifiche e riscontri sul territorio.
  • Famiglie – soprattutto nella fase di avvicinamento le famiglie contattate si sono rese disponibili alla totale collaborazione.
  • Progetto TIKITAKA – si tratta di un grande progetto finanziato da fondazione Cariplo destinato a trovare soluzioni ed investire risorse sul tema del “dopo di noi”, anche in relazione alla legge approvata nel 2016.

In merito alla “Cooperativa Lambro” si riporta una sua breve storia e quanto scrivono in merito alla condivisione e visione sul progetto “Uroburo”:

“La Cooperativa Sociale Lambro nasce nell’ottobre 1984 per iniziativa di volontari e familiari di persone con disabilità; è una O.N.L.U.S. (Organizzazione Non Lucrativa di Utilità Sociale) di diritto, iscritta all’Albo delle Cooperative Sociali nella sez. A, Cooperative di Servizio.
Un obiettivo che la cooperativa intende perseguire con il suo lavoro è rendere visibile la propria presenza sul territorio singolarmente e all’interno di coordinamenti di servizi per stimolare l’accoglienza, favorire la crescita di una cultura di solidarietà, nonché svolgere un’azione di stimolo alle forze politiche, affinché si facciano carico delle istanze di fasce deboli di utenza ed in particolare di persone con disabilità.
La Cooperativa Lambro gestisce un Centro Socio Educativo (CSE) così come previsto dalla DGR n. VII/20763 del 16 febbraio 2005, un servizio educativo diurno, rivolto a persone con disabilità di grado medio-grave, che non necessitano di assistenza sanitaria.
Le attività sono svolte sia all’interno sia all’esterno della Cooperativa con uno sguardo sempre più rivolto verso una cultura improntata all’educazione del territorio, per poter creare i presupposti di una nuova cittadinanza per le persone con disabilità non più viste come un problema ma come una risorsa per il luogo in cui vivono.
Per tale motivazione la collaborazione con Uroburo diventa fondamentale per poter porre le basi di progetti che possano finalmente ridare una nuova cittadinanza ai nostri ragazzi.
Rivolto prevalentemente a utenti della Cooperativa Lambro, in un’ottica di “dopo di noi” ma anche di “ora con noi” il progetto prevede avvii alla residenzialità dove l’educatore riveste un ruolo fondamentale in quanto conosce già l’utente e il suo progetto educativo e può favorire una relazione positiva con il territorio.
Una nuova esperienza di vivere il territorio: non più emarginante ma coesivo dove la Cooperativa Lambro può avere il compito di formare anche le persone che ruoteranno intorno alla nuova struttura mettendo il suo bagaglio esperienziale in comune per produrre competenze e circoli virtuosi affinché gli ospiti ne possano beneficiare.
Il progetto prevede anche la creazione di un servizio semi-residenziale per persone disabili over 50.
Questo sarà possibile grazie agli spazi che Uroburo concederebbe alla Cooperativa Lambro.
Il direttore dei servizi per il C.d.A. Lambro”

FASI DEL PROGETTO
Nel dettaglio il progetto, dopo le ormai concluse fasi pre-progettuali, le verifiche con il comune di Monza, la partecipazione al bando pubblico e l’assegnazione dell’immobile; si sviluppa nelle seguenti fasi:

Ristrutturazione: dopo l’aggiornamento definitivo del capitolato da parte dei tecnici, parte la ristrutturazione dello stabile per l’adeguamento della struttura alle esigenze del progetto.
I maggiori lavori saranno relativi al completo rifacimento, nonché adeguamento tecnologico, degli impianti. Relativamente alla parte strutturale gli interventi invece non saranno radicali, in quanto si conserverà gran parte dell’esistente. Parte di lavori (pulizie, tinteggiature, …) saranno estrapolati dal capitolato e si prevede di farli in autonomia. Considerato che i lavori in economia potrebbero allungare i tempi, si prevede di chiudere il cantiere in circa 10 mesi di lavori.

Avvicinamento alla struttura: una fase delicata, in quanto coinvolge i futuri ospiti, le famiglie, i volontari.
I colloqui con le famiglie sono già stati avviati da tempo, come condivisione del progetto, quindi l’avvicinamento alla casa partirà da subito, sia coinvolgendo tutti i soggetti nei piccoli lavori da fare in economia, così da cominciare a far sentire propria la casa, sia con il progetto “grani di pepe” che è già partito (un progetto che cerca di dare una risposta di autonomia e consapevolezza delle proprie risorse e capacità personali, tramite la cura di un orto adiacente la casa) .
Con la casa completata cominceranno i percorsi di avvicinamento più specifici, sperimentando il vivere quotidiano fuori dalle proprie famiglie. (un week end – 2/3 giorni – …) .
Finché l’abitazione non sarà definitivamente avviata si valuterà se e come concederla parzialmente in uso ad organizzazioni del territorio che stanno avviando brevi esperienze di vita autonoma e cercano strutture dove poterlo fare.
Durante questa fasi inoltre si avvieranno le ricerche (anche in collaborazione dei servizi sociali del comune) degli inquilini di monolocali e bilocali.

Abitare:
superata la fase precedente, che ovviamente sarà personalizzata sulla singola persona e condivisa con famiglie ed enti presso cui sono inserite gli ospiti. La casa diventerà a tutti gli effetti l’abitazione degli ospiti. Per dare protezione ai soggetti con disabilità sono previste:

  • Una rete di volontari che supporteranno gli ospiti nelle quotidiane faccende domestiche (spesa, pulizie, pranzi/cene, lavatrice, …) – e qui l’Associazione QdV diventa importante risorsa.
  • Una persona assunta che darà continuità e punto di riferimento agli ospiti, si preoccuperà inoltre di verificare il benessere degli abitanti (medicine, vestiti adeguati alla stagione, …).
  • Gli inquilini dei monolocali e bilocale che, a fronte di agevolazioni sul canone di affitto, presteranno un aiuto in casi di necessità.

La casa non avrà altri costi aggiuntivi e può essere paragonata al vivere quotidianamente in una qualsiasi famiglia (vitto – utenze – vestiario – …) .

Volontari: si procederà ad aumentare il gruppo di volontari già presente e a integrarlo con un gruppo che svolga la sua opera prevalentemente di giorno; tali volontari saranno innanzitutto ricercati direttamente nel quartiere per radicare l’abitazione sul proprio territorio. Un risultato soddisfacente sarà quello di avere a regime un gruppo composto da una decina di volontari che si alternano durante la giornata. La collaborazione del QdV nel progetto è fondamentale in quanto porta in dote circa 80 volontari già sensibili al tema disabilità.

FAMIGLIE:
Uno degli aspetti più importanti e delicati è sicuramente il rapporto con le famiglie dei futuri ospiti. Fra l’altro all’interno dei soci fondatori dell’associazione vi sono familiari di soggetti fragili potenzialmente destinatari del servizio, quindi vi è piena coscienza all’interno dell’associazione delle problematiche che si incontrano quotidianamente.
La famiglia è un elemento essenziale per la buona riuscita del progetto. A tal proposito sono già stati avviati contatti con una decina di famiglie i cui familiari potranno nel breve essere ospiti attivi della struttura. Le stesse si sono mostrate interessate al progetto e pronte a collaborare nelle varie fasi del progetto, contribuendo, oltre che nelle fasi di avvicinamento del familiare, anche successivamente nel mantenimento dei contatti, nonché contribuendo anche economicamente nella fase di ristrutturazione.
L’apporto delle famiglie, che verrà proposto ai nuovi soggetti e che è già stato condiviso con le famiglie già coinvolte può essere riassunto in:

  • Condivisione nella progettazione generale
  • Condivisione nella fase di avvicinamento e distacco del familiare dalla casa materna/paterna
  • Sostegno lavorativo, economico e progettuale nella ristrutturazione.

RICADUTA SUL QUARTIERE
Collaborazione, integrazione, laboratori: già nelle prime fasi di pulizia del terreno di GraniDiPepe si sono avuti diversi contatti con i passanti, un saluto, una domanda curiosa, una promessa di aiuto. Con il passare del tempo la curiosità ha lasciato spazio alle offerte concrete di collaborazione. Quattro nuovi volontari, un esperto che quotidianamente ci fa visita, una ditta che ci ha offerto del materiale. Pare che il progetto sia stato ben accolto. Per il futuro ci aspettiamo un incremento delle persone coinvolte, non sono pochi quelli che hanno detto che non intendono lavorare nel campo ma che verranno a dare una mano nella casa una volta che sarà avviata. L’idea di fare lavori agricoli insieme a persone con disabilità suscita sempre una certa dose di attenzione positiva nelle persone che vengono a chiedere cosa si sta realizzando in una zona centrale del quartiere. Molti si informano su quale sarà lo sviluppo economico dell’orto e se sarà possibile acquistare i prodotti. Un nuovo impulso alla visibilità del progetto sarà dato dalle vendite saltuarie che si organizzeranno in occasione delle maggiori punte di produzione dei vari ortaggi.

LA RISTRUTTURAZIONE
Come già detto la prima fase, nonché la più impegnativa dal punto di vista finanziario, sarà la ristrutturazione dell’edificio. Sulla base del progetto tecnico e del relativo capitolato si è arrivati ad un costo (comprensivo di IVA) di circa euro 500.000, dei quali circa il 10% riguardano interventi che potranno essere fatti in economia dai volontari. A questi saranno da aggiungere circa 40.000 euro per arredi.

 

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